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Verdi, il Trovatore e la scoperta della ferita shakespeariana


3 Ago, 2013

MACERATA. Andrea Panzavolta ha entusiasmato il pubblico degli Aperitivi Culturali con la sua coinvolgente analisi intitolata “Il Trovatore o la scoperta della ferita”. Spingendosi in un viaggio filosofico “dentro” le opere di Verdi, l’intellettuale Panzavolta, è partito da Il Trovatore per rintracciare corrispondenze ed estraneità di senso con altre opere del genio di Busseto.

La dimensione della contemporaneità del male, che paralizza l’atmosfera dell’opera, suggerisce una percezione di stadio di assedio permanente che non lascia intravedere vie di uscita. I protagonisti, incapaci di riconciliarsi con il passato, rimangono incatenati al male patito e provocato e sono impossibilitati a guardare avanti.

L’unica breccia a questo manto lugubre che avvolge l’intera trama, è rappresentata dalla figura di Leonora, che si ritrova, suo malgrado, trascinata negli eventi dalla cecità di chi le sta accanto. Il suo linguaggio appare come un qualcosa di estraneo, senza possibilità di comprensione alcuna, e non l’aiuta a salvarsi dalle tenebre che la travolgono, ma non la vincono.

Il male, che è inculcato nella trama de Il Trovatore, diviene, per Verdi, un motivo di riflessione anche in numerose altre sue opere. L’emblema di questa ricerca dolente è, secondo Panzavolta, identificabile nella personalità controversa di Iago, che, nell’Otello, non compie il male con pathos, ma con un cinico distacco, quasi come se stesse rincorrendo la soddisfazione di un mero bisogno artistico.

Da questa ampia analisi è facile riconoscere come Verdi abbia subito le influenze del teatro shakespeariano che ritrae un mondo abbandonato da Dio, in cui tutto è alla deriva. Questa, secondo Panzavolta, è la scoperta della ferita che ne Il Trovatore smette di sanguinare solo quando tutti sono morti.