Skip to main content

Azucena, madre e matrigna


13 Ago, 2013

MACERATA. Cominciamo dall’inizio e per ordine questo gioco di inseguimento dietro la “vera” Azucena. Vera? Ma sì non pretendiamo di dire la sua vera natura, ma di ruotare attorno all’ipotesi del titolo, “madre e matrigna” con un atteggiamento filosofico. Azucena non ha bisogno di presentazioni anche perché lo fa molto bene da sola: “D’una zingara è costume mover senza disegno il passo vagabondo, ed è suo tetto il ciel, sua patria il mondo”. Queste parole non dicono niente di più e niente di meno di quello che possiamo immaginare di una gitana del medioevo, ma ci fanno conoscere un dato molto significativo – lei è sola, solamente una zingara – non c’è un uomo al suo fianco, non è la donna di nessuno… E per il medioevo – epoca in cui è ambientata la vicenda – o per l’Ottocento – epoca in cui Gutierrez prima ma soprattutto Verdi poi rendono eterna questa storia – questo non è un particolare secondario. Chi può andare in giro senza essere la donna di qualcuno? La stessa domanda se la pone Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé a proposito di una ipotetica sorella di Shakespeare. Solo una donna che non ha alcuna rispettabilità familiare da mantenere, una donna che si trova in una situazione di marginalità e per questo di fronte ad una paradossale libertà e contestuale pericolo. Azucena, la figlia della “abietta zingara” non ha vita facile, anzi sin dalla giovane età è perseguitata anche se non appare un personaggio debole e vittimizzato, ma forte e coraggioso.

Azucena significa in spagnolo “giglio candido” che è il fiore della Madonna. E proprio di tradizione mariana non ha nulla una donna che è sostanzialmente un’infanticida, sembra somigliare di più ad una figura antagonista di ogni materno “positivo” inteso come oblativo, eppure c’è in lei qualcosa di mariano in senso virginale, di puro, di intoccato e di incompiuto che la rendono proprio una figura a sé, senza contorni definiti, senza disegno possibile, senza un esito prevedibile – non una madre e forse non una matrigna.

Una madre non getta per sbaglio il proprio figlio nel rogo al posto di un altro… una madre “cattiva” può uccidere il proprio figlio per un motivo – è Medea il prototipo di questo tipo di madre – ma come è possibile compiere uno sbaglio di questo genere? L’incongruenza del libretto è palese… come palese il “pasticcio” nel momento fatidico in cui lei rivela a Manrico – cresciuto come suo figlio – che il giorno in cui gli uomini del Conte stavano uccidendo la madre nel rogo, lei ha gettato nello stesso rogo il proprio figlio per un fatale errore mentre il figlio del nemico era rimasto in vita. Una Medea dopo tale evento avrebbe ucciso anche l’altro bambino. Tale considerazione è supportata anche dal vivido ricordo della scena della Medea/Callas di Pasolini che fa a pezzi il proprio fratello e lo getta dal carretto per ritardare la rincorsa dell’esercito paterno nei confronti dei Greci cui si è alleata. Azucena ha, invece, un’insolita pietas per il bambino che è figlio di chi ha ucciso sua madre e lo cresce come proprio, ma più che un figlio lei si fa un alleato fedele che la sosterrà sempre morendo al suo posto, senza conoscere mai la propria vera identità.

Azucena non può essere madre perché lei è prima di tutto e sempre fatalmente figlia della zingara uccisa, e in preda ad un’ossessione quasi amletica che diffonde a tutta l’opera il fantasma della madre la insegue chiedendo vendetta. E se la modernità al maschile comincia con Amleto, la modernità al femminile può cominciare con una Azucena? La metà dell’Ottocento è, del resto, il momento in cui il movimento di emancipazione delle donne diventa forte in tutta Europa e presenta nuovi modelli di libertà e di autonomia.

Ma vorrei chiudere questo estratto con un’osservazione generale a partire da una tra le diverse peculiarità del Trovatore di Giuseppe Verdi, della trilogia popolare l’opera più romantica da un lato, e la più belcantista dall’altro. La nuova generazione romantica aveva la forte tendenza di voler superare la “forme” della tradizioni e, nell’opera, la struttura dei numeri ben descritta da Abramo Basevi; la storia cimiteriale e cupa, dominata da amore e vendetta e dal fuoco della passione e della morte violenta corrisponde perfettamente e forse in modo un po’ carico alla richiesta romantica ma cozza profondamente con la perfezione dei numeri che rispondono alla “solita forma” donizettiana in un Verdi che sta virando verso le opere della sua seconda grande fase creativa.

Tutto stride (come la vampa) ma è bellissimo nella sua forma chiusa e musicalmente magistrale. Anche qui è Azucena che ci rimanda ad un’eccezione, che svela come la donna nuova e incompiuta, quella modernità femminile che non può avere disegno, apre di fatto la frattura e fa emergere l’incongruenza. La cavatina di presentazione del personaggio principale dell’opera, che non è Manrico/Trovatore ma la zingara Azucena, non sembra seguire perfettamente la “solita forma” e “Stride la vampa” appare più come una ballata romantica, una narrazione di un passato ancora presente fatta da una donna completamente invasata e ferma a quel momento che le ha cambiato la vita. Il fatto che la scena preveda la presenza di Manrico e di un fuoco acceso rende ancora più vivace il ritorno al fatidico momento in cui una ragazzina ha visto uccidere la madre che non aveva colpa ai suoi occhi e per vendetta ha ucciso un figlio che probabilmente non aveva voluto e con esso ha riscattato la libertà di potersi vendicare con l’aiuto di un alleato cresciuto come figlio dentro lo stesso schema valoriale di libertà e senza disegno.

Vendetta che si consuma nell’opera senza pianificazione da parte della zingara, senza che lei preveda sacrifici e morte, senza che faccia nulla per uccidere o far morire. “Stride la vampa” poi si trasforma in un duetto che prevede parti difficilmente riconoscibili come “tempo di mezzo” e “cabaletta o stretta” perché Azucena non abbandona mai la sua eccezionalità per rientrare negli schemi emozionali che si addicono alla “cabaletta”… infatti la sola voce che parla durante il racconto è quella della fatale madre perduta che pronuncia un sol cenno rivolta alla figlia: “mi vendica!” e così tutta l’opera ruota attorno a tale vendetta compiuta con la complicità inconsapevole dell’amore romantico osteggiato dall’uomo di potere cattivo e violento che ucciderà e indurrà al suicidio e forse si farà fuori a sua volta lasciando Azucena, la donna non inquadrabile in alcuno schema prevedibile, in vita.